Abstract
L’esercizio prolungato o intermittente ad alta intensità svolto in condizioni di stress termico ambientale modifica in modo rilevante la regolazione cardiovascolare, termoregolatoria e metabolica dell’atleta. La letteratura disponibile indica che, rispetto a condizioni temperate, il caldo aumenta in modo consistente la dipendenza dal metabolismo dei carboidrati e l’ossidazione glucidica, con frequente aumento dell’utilizzo del glicogeno muscolare e dell’accumulo di lattato. L’effetto è guidato soprattutto dall’aumento della temperatura corporea e muscolare e si osserva anche quando l’atleta resta correttamente idratato; la disidratazione vi contribuisce, in modo meno costante, soprattutto quando si somma al caldo. Il fenomeno non dipende da un singolo meccanismo, ma dall’interazione tra ipertermia, attivazione simpatico-adrenergica, competizione emodinamica tra cute, muscolo e distretto splancnico, riduzione del volume plasmatico in caso di disidratazione e possibile limitazione dell’assorbimento gastrointestinale di carboidrati quando il flusso splancnico cala. L’articolo analizza questi meccanismi con finalità applicativa per il coaching endurance, distinguendo tra evidenze consolidate, meccanismi plausibili e interpretazioni che richiedono prudenza. Il caso di Jannik Sinner al Roland-Garros 2026 è discusso come esempio osservazionale di deterioramento prestativo in caldo — non come diagnosi clinica di deplezione completa del glicogeno o di ischemia gastrointestinale — ricordando che il tennis è uno sport intermittente e non un modello di endurance a carico costante.
Parole chiave: stress termico, glicogeno muscolare, ossidazione dei carboidrati, catecolamine, deriva cardiovascolare, acclimatazione al caldo, endurance.
1. Introduzione: perché il caldo cambia il “costo” metabolico della performance
Nel lavoro di endurance, il glicogeno muscolare ed epatico è una riserva energetica decisiva, perché consente di sostenere intensità medio-alte con una resa di ATP più rapida rispetto all’ossidazione prevalente dei grassi. La velocità con cui il glicogeno viene consumato, però, non è costante: dipende dall’intensità relativa, dalla durata, dalle fibre muscolari reclutate, dallo stato nutrizionale, dal livello di allenamento, dall’acclimatazione, dall’idratazione e dalla temperatura interna.
In ambiente caldo — soprattutto quando temperatura, umidità e radiazione solare ostacolano la dispersione del calore — l’organismo deve fare due cose insieme: alimentare la contrazione muscolare e difendere la temperatura corporea. Nasce così una competizione fisiologica: più sangue verso la pelle per disperdere calore, più sudore per evaporare, maggiore attivazione del sistema nervoso simpatico e maggiore carico cardiovascolare. Il risultato non è semplicemente “sudare di più”, ma una diversa economia metabolica della prestazione.
2. Evidenza centrale: più caldo, maggiore dipendenza dai carboidrati
Il dato più solido della letteratura è che l’esercizio prolungato in condizioni calde aumenta l’utilizzo dei carboidrati rispetto alle condizioni temperate. La meta-analisi di Mougin e colleghi (2025a) conclude che, nel caldo, l’ossidazione dei carboidrati cresce e che il fattore guida principale è l’aumento della temperatura corporea, e probabilmente muscolare, più che la sola disidratazione. La stessa meta-analisi precisa che l’effetto indipendente della disidratazione sull’ossidazione glucidica è meno costante: si osserva in alcuni studi ma non in tutti, ed è più evidente quando la disidratazione si somma allo stress termico. La conseguenza pratica è importante: idratarsi resta fondamentale per sicurezza e prestazione, ma non è corretto spiegare tutto il maggior consumo di glicogeno con la sola disidratazione.
Un dato sperimentale recente rende la distinzione ancora più netta. In uno studio su corridori mantenuti in euidratazione, l’ossidazione dei carboidrati esogeni — quelli ingeriti durante lo sforzo — è risultata circa il 20% più bassa in ambiente caldo rispetto a quello temperato (Mougin et al., 2025b). In altre parole, nel caldo l’organismo tende a usare più carboidrati in totale, ma assorbe e ossida peggio quelli assunti dall’esterno: una combinazione che spinge verso un consumo più rapido delle riserve interne di glicogeno. È un meccanismo coerente con quanto descritto da tempo nella letteratura classica (Jentjens, Wagenmakers & Jeukendrup, 2002).
Sul piano della misura, questo spostamento del metabolismo si riflette in un quoziente respiratorio (RER) più alto, indicatore di una maggiore quota di energia ricavata dai carboidrati.
Dal punto di vista applicativo, il caldo riduce il margine di errore: un ritmo sostenibile in condizioni temperate può diventare metabolicamente più costoso quando la temperatura interna sale, anche se velocità, potenza o gesto tecnico sembrano identici.
Tabella 1. Risposta fisiologica attesa durante esercizio submassimale in ambiente temperato vs caldo.
| Parametro | Ambiente temperato | Ambiente caldo / ipertermico | Interpretazione corretta |
| Temperatura corporea e muscolare | Incremento controllato | Incremento più rapido, specie con umidità o radiazione solare | Aumenta lo strain termico e può modificare il metabolismo dei substrati. |
| Frequenza cardiaca | Più stabile a parità di carico | Deriva progressiva verso l’alto | Compenso alla riduzione della gittata sistolica e alla vasodilatazione cutanea. |
| Glicogeno / carboidrati | Dipendente soprattutto da intensità e durata | Tendenza a maggiore utilizzo di carboidrati e glicogeno | Effetto medio documentato, ma variabile tra soggetti e protocolli. |
| Lattato | Steady state più probabile | Maggiore accumulo possibile | Conta non solo la produzione, ma anche la clearance epatica e splancnica. |
| Assorbimento gastrointestinale | Generalmente più tollerato | Può ridursi se il flusso splancnico cala e compare nausea | Allenamento intestinale e cooling possono essere decisivi. |
| Percezione dello sforzo | Più aderente al carico meccanico | Aumenta a parità di ritmo / potenza | Il caldo amplifica la componente percettiva e centrale della fatica. |
3. Meccanismi fisiologici
3.1 Attivazione simpatico-adrenergica e regolazione della glicogenolisi
L’aumento della temperatura corporea e dello stress cardiovascolare attiva il sistema nervoso simpatico. Le catecolamine — principalmente adrenalina (epinefrina) e noradrenalina — possono favorire la glicogenolisi attraverso i recettori adrenergici, il cAMP, la protein-chinasi A, la fosforilasi chinasi e la glicogeno fosforilasi. È però importante non attribuire tutto alle catecolamine: durante la contrazione muscolare, anche il calcio intracellulare, l’AMP, il fosfato inorganico, la disponibilità di substrati e la richiesta di ATP regolano direttamente il flusso glicolitico.
3.2 Competizione emodinamica tra cute, muscolo e distretto splancnico
Per disperdere calore, il flusso di sangue verso la pelle aumenta. Questo non significa, però, che il muscolo attivo venga automaticamente “privato” di sangue in modo massiccio in ogni situazione: nei soggetti allenati il sistema cardiovascolare riesce a compensare a lungo. Quando però il caldo è intenso, la durata si prolunga o compare disidratazione, la riduzione del volume plasmatico e della gittata sistolica rende più difficile tenere insieme perfusione muscolare, pressione arteriosa e dissipazione del calore. In questo scenario può aumentare la dipendenza dalla glicolisi e dai carboidrati.
Il distretto splancnico è particolarmente rilevante: durante l’esercizio intenso e caldo il flusso verso intestino e fegato può ridursi. Ciò contribuisce a nausea, rallentamento dello svuotamento gastrico, minore assorbimento dei carboidrati esogeni e ridotta clearance del lattato. In gara, quindi, il problema non è soltanto “avere carboidrati a disposizione”, ma riuscire ad assorbirli e a utilizzarli mentre l’organismo è sotto stress termico.
3.3 Temperatura muscolare, effetto Q10 e controllo enzimatico
L’aumento della temperatura muscolare accelera molte reazioni biochimiche entro un intervallo fisiologico. L’effetto Q10 aiuta a capire perché la velocità enzimatica possa crescere con la temperatura, ma non va usato come spiegazione unica e lineare del consumo di glicogeno: il metabolismo muscolare è regolato anche da richiesta di ATP, disponibilità di ossigeno, pH, stato redox, reclutamento delle fibre e segnali ormonali. Oltre una certa soglia, inoltre, l’ipertermia non “potenzia” il sistema: lo destabilizza, peggiorando coordinazione, percezione dello sforzo e tolleranza alla fatica.
3.4 Disidratazione, volume plasmatico e funzione mitocondriale
La disidratazione da sudorazione riduce il volume plasmatico, aumenta la frequenza cardiaca a parità di carico e amplifica la deriva cardiovascolare. Il glicogeno è immagazzinato in un ambiente ricco di acqua, ma da questo non si può dedurre una “disidratazione cellulare profonda” in ogni gara calda. Più prudentemente: ipertermia, ipovolemia e stress osmotico possono ridurre l’efficienza complessiva della produzione aerobica di energia, spostando l’atleta verso un costo metabolico più alto. Le alterazioni mitocondriali vanno citate come meccanismo plausibile o sperimentale, non come evento dimostrabile sul campo in assenza di misure dirette.
4. Caso osservazionale: Jannik Sinner, Roland-Garros 2026
Nel match di secondo turno del Roland-Garros 2026 contro Juan Manuel Cerúndolo (n. 56 ATP), disputato in piena ondata di calore a Parigi (temperature riportate intorno ai 30-32 °C), Sinner conduceva 6-3, 6-2, 5-1 e serviva per chiudere l’incontro. Da quel momento ha accusato crampi nel terzo set, ha richiesto l’intervento del fisioterapista e un medical timeout, e ha riferito sensazioni di vertigine e “pochissima energia”. La velocità del servizio è calata di circa 15 km/h rispetto alla media della partita precedente, e l’incontro si è ribaltato fino alla sconfitta in cinque set.
Questi elementi sono compatibili con un quadro di forte heat strain e deterioramento neuromuscolare e metabolico, ma non permettono di diagnosticare con certezza una deplezione completa del glicogeno, un’ischemia gastrointestinale o un “blocco gastrico”. Va inoltre ricordato che il tennis è uno sport intermittente ad alta intensità, non un modello di endurance a carico costante come quelli su cui si basano gli studi metabolici citati: i meccanismi termoregolatori e cardiovascolari sono trasferibili, ma l’entità del coinvolgimento del glicogeno non è direttamente sovrapponibile.
La lettura corretta è quindi questa: il caso rappresenta un esempio sportivo in cui caldo, possibile malessere pre-gara (lo stesso Sinner ha riferito di non aver dormito bene e di essersi svegliato in difficoltà), crampi, riduzione della capacità di movimento e calo della velocità dei colpi convergono in un collasso prestativo. Per trasformarlo in un caso clinico servirebbero dati non disponibili pubblicamente: temperatura interna, perdita di massa corporea, sodio plasmatico, glicemia, lattato, marcatori di danno muscolare, intake di liquidi e carboidrati, eventuali farmaci o infezioni.
5. Implicazioni per coaching, nutrizione e strategia di gara
5.1 Acclimatazione al caldo
L’acclimatazione al caldo è la strategia più specifica per ridurre lo strain fisiologico. In genere servono 7-14 giorni di esposizioni ripetute, spesso di circa 60-90 minuti al giorno, modulando intensità e recupero. Gli adattamenti più utili comprendono una minore frequenza cardiaca a parità di carico, maggiore stabilità cardiovascolare, espansione del volume plasmatico, sudorazione più precoce ed efficiente, minore temperatura interna a parità di lavoro e migliore comfort termico. È interessante notare che l’acclimatazione riduce anche la dipendenza dai carboidrati: in corridori allenati, alcune settimane di esposizione al caldo abbassano l’ossidazione glucidica durante l’esercizio submassimale in ambiente caldo (Xu et al., 2025). Nei soggetti molto allenati alcuni adattamenti compaiono più rapidamente, ma la specificità del clima di gara resta centrale.
5.2 Carboidrati prima e durante la gara
Per eventi superiori a circa 90 minuti, il carbo-loading può prevedere 10-12 g/kg al giorno di carboidrati per 36-48 ore, riducendo il carico di allenamento e scegliendo alimenti ben tollerati. Durante l’esercizio, le linee guida suggeriscono in genere 30-60 g/h per durate di 1-2,5 ore e fino a circa 90 g/h — talvolta oltre, in atleti molto allenati a livello intestinale — per prove più lunghe, utilizzando miscele di glucosio e fruttosio. Nel caldo, però, la tolleranza gastrointestinale può diventare il vero collo di bottiglia: la strategia va provata in allenamento, mai improvvisata in gara.
5.3 Idratazione, sodio e cooling
La bevanda ideale dipende da durata, sudorazione, temperatura, intensità e tolleranza individuale. L’osmolalità di una soluzione dipende soprattutto dal tipo di carboidrato: soluzioni al 6-8% a base di glucosio o saccarosio sono di norma da isotoniche a lievemente ipertoniche, mentre soluzioni alla stessa concentrazione a base di maltodestrine (polimeri del glucosio) possono risultare ipotoniche o isotoniche, perché contengono meno particelle osmoticamente attive. Definirle genericamente “ipotoniche” non è quindi corretto. In condizioni molto calde o con sudorazione elevata può essere utile privilegiare fluidi meno concentrati, che favoriscono lo svuotamento gastrico e la reidratazione.
Il sodio va individualizzato in base alla perdita salina, e le strategie di raffreddamento possono fare la differenza: pre-cooling, bevande fredde o ice slurry quando praticabili, ghiaccio su collo e tronco, ombra nelle pause, abbigliamento traspirante e pacing più conservativo nelle prime fasi. Attenzione anche all’estremo opposto: bere acqua pura in eccesso, oltre la perdita di sudore, può causare iponatriemia associata all’esercizio (EAH), una complicanza potenzialmente grave proprio negli eventi lunghi e caldi. L’obiettivo non è “bere il più possibile”, ma reintegrare in modo proporzionato alla sudorazione e alla perdita di sodio.
5.4 Pacing: la scelta metabolica più sottovalutata
Il caldo rende più rischioso partire all’intensità “normale”. Una partenza troppo aggressiva fa salire rapidamente temperatura interna, catecolamine, lattato e richiesta di carboidrati. Il pacing andrebbe quindi adattato non solo alla velocità o alla potenza obiettivo, ma anche a temperatura, umidità, radiazione solare, vento, stato di idratazione e percezione dello sforzo.
6. Conclusioni
La fatica in ambiente caldo è un fenomeno integrato, non riducibile alla sola disidratazione. Il caldo aumenta la competizione tra termoregolazione e lavoro muscolare, ridistribuisce il flusso sanguigno, accresce lo stress cardiovascolare e sposta il metabolismo verso un maggiore impiego dei carboidrati. Questo accelera il rischio di esaurimento funzionale delle riserve glucidiche, ma la dinamica non è identica in tutti gli atleti: dipende da acclimatazione, stato nutrizionale, idratazione, intensità, durata e strategia di pacing.
Il messaggio applicativo resta forte: allenarsi e gareggiare al caldo richiede una preparazione specifica, che integri acclimatazione, cooling, carboidrati, idratazione, sodio, allenamento intestinale e gestione del ritmo. La buona scienza, qui, coincide con la buona prudenza: evitare diagnosi non documentabili e formule assolute, e ragionare per probabilità e per sistema.
Nota metodologica
Questo testo è una review narrativa applicata — un’analisi tecnico-divulgativa basata sulla letteratura fisiologica e su un caso sportivo osservazionale — e non uno studio sperimentale: non va quindi presentato né interpretato come tale.
Riferimenti bibliografici essenziali
Mougin, L., Macrae, H. Z., Taylor, L., James, L. J., & Mears, S. A. (2025a). The Effect of Heat Stress and Dehydration on Carbohydrate Use During Endurance Exercise: A Systematic Review and Meta-Analysis. Sports Medicine, 55(11), 2825–2847. https://doi.org/10.1007/s40279-025-02294-3
Mougin, L., Horner, M., Edwards, D., Nickels, M., Taylor, L., James, L. J., & Mears, S. A. (2025b). Heat stress impairs exogenous carbohydrate oxidation during prolonged running when maintaining euhydration. Journal of Applied Physiology, 139(6), 1436–1446. https://doi.org/10.1152/japplphysiol.00873.2025
Jentjens, R. L., Wagenmakers, A. J., & Jeukendrup, A. E. (2002). Heat stress increases muscle glycogen use but reduces the oxidation of ingested carbohydrates during exercise. Journal of Applied Physiology, 92(4), 1562–1572.
Hargreaves, M., & Spriet, L. L. (2020). Skeletal muscle energy metabolism during exercise. Nature Metabolism, 2, 817–828. https://doi.org/10.1038/s42255-020-0251-4
Febbraio, M. A., Snow, R. J., Stathis, C. G., Hargreaves, M., & Carey, M. F. (1994). Effect of heat stress on muscle energy metabolism during exercise. Journal of Applied Physiology, 77(6), 2827–2831.
Febbraio, M. A., Snow, R. J., Hargreaves, M., Stathis, C. G., Martin, I. K., & Carey, M. F. (1994). Muscle metabolism during exercise and heat stress in trained men: effect of acclimation. Journal of Applied Physiology, 76(2), 589–597.
González-Alonso, J., Teller, C., Andersen, S. L., Jensen, F. B., Hyldig, T., & Nielsen, B. (1999). Influence of body temperature on the development of fatigue during prolonged exercise in the heat. Journal of Applied Physiology, 86(3), 1032–1039.
Xu, Y., Ye, C., Ma, S., & Gao, B. (2025). Four-week heat acclimation lowers carbohydrate oxidation of trained runners during submaximal exercise in the heat. Frontiers in Physiology, 16, 1581594. https://doi.org/10.3389/fphys.2025.1581594
Sawka, M. N., Périard, J. D., & Racinais, S. (2016). Heat acclimatization to improve athletic performance in warm-hot environments. Gatorade Sports Science Institute, Sports Science Exchange, 153.
Thomas, D. T., Erdman, K. A., & Burke, L. M. (2016). Position of the Academy of Nutrition and Dietetics, Dietitians of Canada, and the American College of Sports Medicine: Nutrition and Athletic Performance. Medicine & Science in Sports & Exercise, 48(3), 543–568.
Roland-Garros (2026). Sinner shocked by Juan Manuel Cerúndolo — “Sinner falls in five to World No. 56”, 28 maggio 2026. Cronaca ufficiale del torneo, rolandgarros.com.
