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Uno vale l'altro

L’illusione dell’«uno vale l’altro»: perché la gestione scientifica della prestazione non è una comodità geografica. C’è un paradosso ricorrente nel mondo dello sport agonistico, particolarmente evidente nelle categorie giovanili e di transizione: la convinzione che, una volta raggiunto un vertice prestativo, quel livello appartenga all’atleta in modo permanente, a prescindere da chi ne guidi il [...]

9 settembre 20264 min di letturaPaolo Lazzarin
Uno vale l'altro

L’illusione dell’«uno vale l’altro»: perché la gestione scientifica della prestazione non è una comodità geografica.


C’è un paradosso ricorrente nel mondo dello sport agonistico, particolarmente evidente nelle categorie giovanili e di transizione: la convinzione che, una volta raggiunto un vertice prestativo, quel livello appartenga all’atleta in modo permanente, a prescindere da chi ne guidi il percorso.

È la trappola del «tanto il motore c’è, uno vale l’altro».

Quando un atleta coglie un risultato straordinario — come un titolo nazionale o un salto di categoria netto — si tende ad attribuire l’intero merito al talento individuale o al mero accumulo di chilometri. Si ignora, spesso per superficialità o per la rassicurante ricerca della “comodità a chilometro zero”, l’architettura invisibile che ha reso possibile quel risultato: la modulazione millimetrica dei carichi, la densità degli stimoli lattacidi, il monitoraggio della fatica neuromuscolare e il timing chirurgico del tapering.

Poi, accade l’inevitabile: si cambia guida tecnica per ragioni di prossimità o di abitudine, e nel giro di una stagione la brillantezza evapora, trasformando un potenziale dominante in un inseguitore distanziato di minuti.

La banalizzazione del ruolo del preparatore
Nel ciclismo e nella mountain bike moderna, la figura del preparatore atletico viene talvolta ridotta a quella di un semplice “distributore di tabelle”. Se l’allenamento è concepito solo come un calendario con scritto quanti minuti pedalare o quante ripetute eseguire, allora la tentazione di affidarsi al tecnico locale, all’amico di squadra o a chi si trova dietro l’angolo è comprensibile: costa meno in termini di impegno relazionale e azzera le distanze.

Tuttavia, l’allenamento sportivo di alto livello non è contabilità, è fisiologia applicata.

Due programmi possono apparire identici sulla carta in termini di TSS (Training Stress Score) o volume orario settimanale, ma produrre adattamenti biologici diametralmente opposti a seconda di:

Distribuzione dell’intensità: come e quando vengono chiamate in causa le fibre a contrazione rapida e il metabolismo anaerobico.

Gestione del recupero sistemico: non solo il riposo passivo, ma la salvaguardia del sistema nervoso centrale (SNC) dai sovraccarichi cronici.

Specificità del modello di prestazione: saper distinguere le richieste biomeccaniche ed energetiche di un XCO/XCE moderno da quelle di una prova di endurance tradizionale.

L’appiattimento del motore: l’errore del volume non specifico
Cosa succede quando un atleta esplosivo, abituato a vincere gare decise su picchi sopra soglia e reattività neuromuscolare, passa a una gestione meno scientifica e più “tradizionale”?

Nella maggior parte dei casi, per paura di non dare abbastanza o per un deficit di analisi dei dati oggettivi, si ricorre al rifugio più comodo: aumentare il volume a ritmi medi.

L’effetto fisiologico è immediato quanto deleterio:

Smussamento della curva potenza-durata: L’atleta “tiene”, ma non accelera più. La capacità di erogare 500-600 watt in uscita da una curva tecnica o di superare un dislivello secco scompare.

Appiattimento neuromuscolare: Il tempo di latenza tra decisione motoria e produzione di forza esplosiva si allunga, penalizzando la dinamica di guida nei tratti tecnici e nel traffico di partenza.

Incapacità di assorbire l’acido lattico: Nelle gare veloci e nervose, l’atleta si trova costantemente in debito d’ossigeno, incapace di smaltire le scorie nei brevi tratti di recupero passivo.

I due o tre minuti di distacco su una prova di quaranta minuti non sono un calo di volontà dell’atleta: sono il riflesso esatto di uno stimolo allenante dequalificato.

Il valore della competenza oltre la vicinanza
Un professionista della prestazione non si misura dalla presenza fisica a bordo pista per incitare o dal condividere lo stesso prefisso telefonico, ma dalla capacità di:

Interpretare i dati oggettivi (potenza, variabilità cardiaca, cinetica del lattato) e tradurli in decisioni di carico quotidiane.

Dire di no: frenare l’atleta quando serve freschezza e non cedere alla tentazione del “di più è meglio”.

Costruire il picco di forma per il giorno esatto dell’evento bersaglio, non per caso o per fortuna, ma per pianificazione.

L’idea che “un allenatore valga l’altro” è rassicurante finché non suona la sirena di partenza e il cronometro emette il suo verdetto.

Nello sport moderno il talento fornisce la cilindrata, ma è la metodologia scientifica a determinare se quel motore vincerà un campionato o si perderà nell’anonimato del gruppo.

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